Yannick e Denys hanno vissuto ciascuno una prima vita professionale intensa, prima di dedicarsi pienamente alla pittura. Si incontrano a Parigi, durante un salone d’arte, e tra loro nasce immediatamente una complicità naturale. Stessa generazione, stesse origini normanne, stessa attrazione per l’astrazione: il dialogo è spontaneo, il legame evidente. In questa intervista, raccontano la loro visione dell’arte, l’importanza di creare insieme e quei momenti sospesi in cui la pittura riesce a esprimere ciò che le parole non possono dire.
Potete presentarvi brevemente ciascuno?
Yannick: La pittura si impone a me fin da bambino, come un’evidenza. Tuttavia, il destino mi conduce dapprima verso una carriera immobiliare brillante. A 24 anni fondo a Deauville un’agenzia di prestigio che dirigerò per ventidue anni. Un percorso impegnativo, che però lasciava in me una mancanza profonda: quella della creazione.
Nel 1997 decido di dedicarmi completamente alla pittura. Studio alle Belle Arti di Caen e poi ai corsi del Louvre a Parigi. Senza alcuna ambizione professionale all’inizio, dipingevo solo per ritrovare uno spazio interiore che la vita familiare e imprenditoriale aveva a lungo occupato.
Un incontro determinante con un giornalista-pittore mi spinge a esporre in fiere selettive, e da quel momento mi immergo totalmente nel mondo dell’arte. Apro un atelier-galleria a Deauville, che dirigo per quindici anni, ottenendo un successo immediato: le mie opere viaggiano in Francia e nel mondo (Italia, Belgio, Lussemburgo, Monaco, Canada, Dubai, Russia, Germania, Svizzera, Brasile).
Oggi privilegio saloni ed esposizioni prestigiose, soprattutto a Parigi, dove il contatto diretto con il pubblico e con altri artisti è una fonte inesauribile di ispirazione.
La mia pittura si definisce attraverso una spontaneità assoluta, libera da ogni accademismo. Proietto i pigmenti direttamente sulla tela: un gesto che diventa l’inizio di un viaggio interiore guidato da intuizione ed emozione. La magia delle mescolanze mi sorprende ogni volta.
Il mio lavoro si articola intorno a tre serie:
– I cieli – il vuoto domina, la luce ci guida verso orizzonti marini punteggiati di rilievi.
– Evasione – la libertà del pigmento che mi conduce verso l’astrazione.
– Seconda vita – collage di diversi materiali spesso abbandonati e che mi ispirano, come frammenti di pasta di vetro, intonaco, carte pregiate, cartone, tessuto, metallo, conchiglie, ecc.
Navigo liberamente tra questi tre mondi, rifiutando ogni vincolo per preservare la forza primaria del mio gesto: dipingere, dipingere, dipingere.
Scendo quindi nel mio mondo interiore, dove il sogno da bambino diventa ogni giorno un po’ più realtà.


Denys: La mia carriera nella pubblica amministrazione è stata stimolante e totalizzante. Tuttavia, già nei primi anni 2000 sentivo il bisogno di aprirmi a un’altra forma di espressione: la pittura. Con una formazione scientifica, giuridica e manageriale, ho sempre coltivato la mia curiosità, in particolare attraverso la filosofia. Così, pur continuando il mio percorso professionale fino al 2014, ho iniziato a esplorare l’arte – una passione che mi accompagna da 25 anni.
Il mio approccio è autodidatta: tubi di olio, qualche spatola, tele, molti esercizi. In due anni padroneggio le tecniche fondamentali. Per ampliare la mia comprensione dell’arte, seguo corsi di storia dell’arte all’École du Louvre e numerosi cicli di conferenze.
La scoperta della mostra di Zao Wou-Ki al Jeu de Paume nel 2003 segna una svolta: lì nasce la mia attrazione definitiva per l’astrazione. Studio gli scritti dei pionieri – Kandinsky, Klee, Mondrian – non tanto per riprodurre le loro estetiche, quanto per comprendere i loro processi e la loro visione.
Oggi la mia pittura è inseparabile dalla mia ricerca spirituale e filosofica. Ogni quadro è una traduzione delle mie emozioni, un invito alla fuga e al sogno. Il mio desiderio è che l’opera susciti emozione in chi la osserva, offrendo un momento sospeso, fuori dal tempo.


Spesso siete associati in progetti o esposizioni – come è nata questa collaborazione?
Entrambi: Ci siamo incontrati a Parigi durante il Salon des Artistes Indépendants 2023, al Grand Palais Éphémère – Art Capital – la più grande fiera europea di artisti. Le nostre tele erano esposte nella stessa zona, e molto presto è emersa una evidenza: stessa generazione, stessi valori, stesse origini normanne, passione comune per la pittura, processi creativi simili e persino quelle incertezze condivise che caratterizzano la vita quotidiana degli artisti. Tutto ci univa. Da questo incontro è nata una splendida complicità, e oggi siamo diventati amici inseparabili e complici nell’arte.

Cosa apprezzate di più nel collaborare o circondarvi di altri artisti?
Entrambi: Soprattutto il piacere immenso di ritrovarsi. I momenti trascorsi insieme durante i saloni o le esposizioni sono come una parentesi felice: lasciamo la quotidianità per immergerci completamente nell’arte, tra amici di universi talvolta diversi.
Sono anche occasioni per presentare le nostre nuove opere, condividere sfide, gioie, progetti, confrontare esperienze. Uscire dall’atelier, incontrare il pubblico e altri artisti, alimenta profondamente la nostra creatività.
Perché pensate che avere una presenza online sia importante per un artista oggi?
Entrambi: Il mondo dell’arte evolve rapidamente con il suo tempo: il commercio online si impone come un canale principale di acquisizione per i collezionisti. Gli artisti devono adattarsi a questa realtà, perché una presenza online aumenta considerevolmente la loro visibilità, soprattutto a livello internazionale. Piattaforme come Singulart ci liberano inoltre da gran parte dei vincoli logistici e amministrativi, spesso dispendiosi in termini di tempo.
Tuttavia, il contatto fisico con il pubblico resta essenziale. Per questo, per noi, presenza online e partecipazione ai saloni non si contrappongono: si completano a vicenda.
Potete condividere una storia o un momento significativo dietro la creazione di un’opera?
Yannick: Un giorno d’autunno, una personalità del mondo del cinema è entrata nella mia galleria di Deauville. Si è fermata a lungo davanti a una delle mie grandi tele della serie Seconda Vita. Per una settimana è tornata, giorno dopo giorno, solo per guardarla, come se qualcosa in lei si riconoscesse in quell’opera. Poi, incapace di staccarsene, ha finito per acquistarla.
La sua impazienza di ricevere la tela a Parigi era palpabile. Il giorno in cui è stata appesa nel suo appartamento, si è instaurato un lungo silenzio. Fissava la tela con un’intensità che per un attimo mi fece pensare che forse si pentiva dell’acquisto. Poi mi guardò, con gli occhi pieni di lacrime. Fu allora che mi disse che la sua ossessione era lì, davanti a lei, che quell’opera la toccava in un modo che non riusciva a spiegare diversamente.
Ci abbracciammo piangendo. Fu uno di quei rari momenti in cui l’arte abbatte tutte le distanze sociali, professionali e umane. Un momento sospeso dove l’emozione prende tutto lo spazio.
Il giorno successivo, ancora attraversato da quell’intensità, tornando nel mio atelier lasciai che quel ricordo guidasse la mia mano. Sotto lo shock dolce e potente di quell’incontro, creai una tela della serie Evasione. La chiamai Ossessione.
Denys: Durante la mia ultima mostra personale in Normandia, una giovane donna si fermò a lungo davanti a una delle mie tele, un’opera antica che sembrava averla toccata profondamente. Con gli occhi lucidi di lacrime, mi confidò a voce tremante: «Mi dispiace, questo dipinto mi sconvolge. Non so perché, ma è così forte, così magnifico… Grazie.»
Questo momento di rara intensità mi confermò di aver raggiunto l’essenziale: creare una risonanza tra l’opera e chi la guarda, dove le parole si fermano e parla l’emozione.
Due anni prima, nella stessa sala, un bambino di appena dieci anni aveva rotto il suo salvadanaio per comprarsi il suo primo quadro: un piccolo olio su tela, 20×20, dove sfumature di blu, semplicemente evidenziate da un tocco di bianco, sembravano catturare tutta la luce del mondo. Anche lui era stato catturato da questa forza silenziosa, da questa bellezza che non ha bisogno di spiegazioni.
Questi incontri, questi sguardi, questi silenzi… È lì che misuro tutta la potenza dell’arte: nella sua capacità di connetterci, oltre le età, oltre le parole, a ciò che ci unisce tutti.
Su cosa state lavorando attualmente? Un’opera, una mostra, un progetto? State lavorando insieme in questo momento?
Entrambi: Attualmente, stiamo preparando la nostra partecipazione ad Art Capital, l’incontro annuale parigino imperdibile degli artisti, che si terrà sotto la cupola del Grand Palais a febbraio 2026.
Per quanto riguarda una creazione comune, l’idea ci ronza già in testa! Sebbene non abbiamo ancora concretizzato nulla, possiamo immaginare volentieri, l’anno prossimo, una pittura a quattro mani o un dittico – un bel modo per materializzare la nostra complicità artistica.


