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In Aborigeni, Andrea Benetti compone una danza visiva che richiama i miti originari dell’umanità. Figure stilizzate simili a presenze totemiche si muovono in uno spazio rituale segnato da tracciati curvilinei, evocando una mappa ancestrale. Il fondo in gesso, arricchito da olio e cacao, crea una materia viva e terrosa, che riconnette l’opera alla dimensione fisica della pittura rupestre. I simboli geometrici disseminati sulla superficie ricordano… un linguaggio perduto, un alfabeto primordiale che parla direttamente all’inconscio. La tavolozza, calda e arcaica, amplifica il legame con la Terra e con le sue culture originarie. In questa composizione ogni elemento si collega all’altro, in un equilibrio dinamico che suggerisce appartenenza, ciclicità e memoria. Benetti, con il suo linguaggio neorupestre, non riproduce, ma reinterpreta: Aborigeni è un invito a riscoprire le radici comuni, un viaggio simbolico nel tempo profondo dell’umanità.
« La pittura del futuro è nata nelle caverne, poiché l'arte è da sempre il mezzo più affascinante col quale la materia racconta lo spirito. »
Andrea Benetti è l'estensore del Manifesto dell'Arte Neorupestre, presentato alla 53ª Biennale di Venezia. Le sue opere sono state acquisite da collezioni d'arte internazionali e musei (Nazioni Unite, Vaticano, Quirinale, Camera dei Deputati, ecc.). Vari atenei hanno svolto la loro ricerca universitaria sulla sua arte. Ha collaborato con molte università per l'organizzazione di mostre e seminari sulla Pittura Neorupestre (università di Bari, Bergamo, Bologna, Ferrara, Johns Hopkins University, Lecce, Messina, Roma Tre e Venezia). Nel 2020 ha vinto il Premio “Nettuno d'Oro” della città di Bologna. La sua biografia è presente nelle principali enciclopedie, tra cui la Treccani, la De Agostini, WikiArt ed è tradotta in 45 lingue su Wikipedia.